L'uomo chiese: "Perchè è tanto importante che io mi prenda cura di me stesso prima ancora di tutto il resto?"
"Perchè quando ci prendiamo cura di noi stessi siamo più vivi e più sereni." Rispose lo zio "e se ci sentiamo meglio noi, riusciamo anche ad aiutare il nostro prossimo in maniera più efficace".
"Come posso fare a prendermi cura di me stesso? cosa significa esattamente?" chiese l'uomo.
"Immagina di essere il custode di un bel giardino, situato in una magnifica tenuta. La gente viene da tutto il mondo per ammirare te e la tua opera.
Cerca di vedere con gli occhi della mente quanto è elegante il risultato delle tue fatiche. Cerca di immaginare che cosa provi dentro di te. Senti come profuma l'aria e come è tiepido il sole."
Lo zio fece una pausa, lasciando che la scena si dissolvesse. "Come ci si sente ad essere un custode del genere?"
L'uomo ci pensò un attimo e poi rispose: "Bene. Mi sento bene !"
Lo zio allora disse: "So di aver raggiunto uno stato di equilibrio quando riesco ad individuare tre zone principali all'interno del mio giardino e cioè: 'Me', 'Te', 'Noi'"
"Quindi", disse l'uomo, "in pratica tendi a vedere te stesso come qualcuno che si occupa del suo Me, del suo Te e del suo Noi."
"Certo", rispose lo zio 'Me' è me stesso, 'Te' è il 'me stesso' che è in te e 'Noi' è il tipo di rapporto che si instaura tra me e te, qualunque sia la natura di questo 'Te', sia esso un membro della mia famiglia, o un collega di lavoro oppure un estraneo che vive dall'altra parte del globo."
L'uomo sentì che doveva saperne di più: "Mi diresti qualcosa riguardo al prendersi cura di sè?"
"Usciamo in giardino" disse lo zio. "Godiamoci un po' di sole"
Quando fu in giardino l'uomo si guardò intorno: udiva l'acqua scorrere e vide fiori stupendi; ovunque regnavano pace e tranquillità. Ora cominciava a capire in che modo il suo ruolo di custode potesse arricchirlo spiritualmente.
Lo zio disse: "Osservando questo giardino è difficile ricordare il tempo in cui ero così infelice"
"Che cosa non andava?" chiese l'uomo
"Semplicemente trascuravo me stesso. All'inizio non capivo cosa non funzionasse. Non riuscivo neppure a godere dei miei successi, della mia famiglia, degli amici. Poi considerando la cosa più da vicino, compresi che per me il lavoro veniva prima della mia famiglia e che la mia famiglia veniva prima di me stesso. Insomma il mio equilibrio vitale stava andando a rotoli solo per mia responsabilità."
L'uomo allora chiese: "E allora cosa facesti?"
"Una cosa banalissima: cominciai a prendere l'abitudine di interrompere ciò che stavo facendo più volte al giorno per dedicare un minuto tutto a me stesso."
"Un minuto non è poi molto" protestò l'uomo.
"Eppure è abbastanza per darti la felicità", replicò lo zio. "Dai un'occhiata al tuo orologio, poi mettiti tranquillamente a sedere e non guardarlo più finchè non ti pare che sia trascorso un minuto esatto, non un secondo di più nè un secondo di meno."
L'anziano signore attese che l'uomo portasse a termine l'esperimento in tutta calma. Sapeva cosa sarebbe accaduto.
Dopo quello che gli era parso un minuto, l'uomo guardò l'orologio. Era sorpreso: "Soltanto trentotto secondi!" esclamò "un minuto è più lungo di quanto pensassi".
Lo zio sorrise: succedeva sempre così "Se ci fermiamo e ce ne stiamo tranquilli, un minuto è un periodo di tempo piuttosto lungo"
"Perchè poi proprio un minuto?" domandò l'uomo.
Lo zio spiegò: "Perchè una pausa di un minuto trascorso in compagnia di noi stessi ci consente per prima cosa di prendere coscienza di ciò che stiamo facendo e in seguito ci permette di scegliere il modo più efficace per prenderci cuar di noi stessi e degli altri."
"Ma come fai?" chiese l'uomo
Lo zio rispose: "Non faccio altro che fermarmi e 'Mi' domando in tutta serenità: Posso fare qualcosa di meglio per prendermi cura di me in questo preciso istante? e lascio che da me stesso emerga la risposta. Sembra incredibile ma funziona."
"Quando ti concedi questa pausa, riesci ad intravedere una soluzione migliore e la possibilità di metterla in pratica appena puoi."
Prendere in esame il proprio comportamento oppure i propri pensieri per un minuto intero, ma seriamente, senza indugiare, porta a un risultato fondamentale:
Impariamo ad ascoltare la voce della saggezza che è dentro di noi e a riconoscere i nostri bisogni più veri che spesso sono molto più semplici di quanto pensiamo.
Un minuto tutto per Te... un piccolo investimento per una grande ricompensa.
martedì 2 marzo 2010
venerdì 26 febbraio 2010
Il segreto della felicità... (I parte)
C'era una volta un uomo che voleva essere felice di quello che era e desiderava che anche gli altri lo fossero.
Era una situazione frustrante, perchè l'uomo aveva fatto del suo meglio per procurare la felicità sia a se stesso che agli altri, eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, non riusciva ad ottenere davvero quello che voleva.
L'uomo si era fatto scettico e si domandava se sarebbe mai riuscito a scoprire il segreto della felicità.
Tuttavia ne sapeva abbastanza in proposito per rendersi conto che, se mai l'avesse trovata, la felicità sarebbe stata comunque dentro di lui. Nel frattempo l'uomo cercava qualcuno che l'avesse già scoperta e lo potesse quindi far partecipe del proprio segreto. Dopo aver interpellato molte persone l'uomo comprese che gran parte di esse provavano i suoi stessi sentimenti.
"Forse", pensava, "è un segreto troppo intimo perchè possa essere diviso con un estraneo. Se soltanto conoscessi qualcuno... "
Poi di colpo gli venne in mente qualcuno che conosceva molto bene e che era felice e fortunato. Lo 'zio', come tutti in famiglia lo chiamavano, pareva possedere tutti i requisiti necessari, sembrava sempre contento e lo stesso accadeva a quanti gli stavano accanto. Lo 'zio' sembrava conoscere il modo di rendere felice se stesso e gli altri. Decise di andarlo a trovare.
Non appena ebbe messo piede in casa dello 'zio', l'uomo ne avvertì il sorriso su di sè. Non appena si fu messo a proprio agio gli domandò: "Zio, sei felice?"
Lo 'zio' disse: "Sono molto felice, però devo ammettere che è così solo da qualche anno a questa parte. Ricordo che vi fu un tempo in cui mi sentivo completamente fuori della realtà"
"Se non è una domanda troppo personale, Zio, posso chiederti in che modo sei diventato felice?"
"La verità nuda e cruda", disse lo 'zio' "è che mi sono sentito felice nel momento in cui ho iniziato a prendermi cura di me stesso e degli altri".
Questo l'uomo non se lo aspettava e domandò: "E che cosa ti ha reso più felice, prenderti cura di te stesso oppure degli altri?"
"Si tratta di due fattori così legati l'uno all'altro, che non si possono neppure separare", gli fece notare l'anziano signore. "Penso che il massimo della felicità io lo raggiunga quando riesco a bilanciare questi due elementi così importanti. Talvolta, infatti, è meglio prendersi cura innanzitutto degli altri, mentre invece in altri casi è più utile occuparsi per prima cosa di se stessi. Il bello è che la tecnica che adotto per prendermi cura di me stesso in genere è efficace anche con gli altri."
"In fondo, pensare al nostro prossimo è un modo di prendersi cura di noi stessi, ci dà forza e serenità".
"Le cose non andavano per il verso giusto perchè mi preoccupavo troppo di compiacere gli altri e mi dimenticavo di fare altrettanto con me stesso. Ora mi divido equamente tra le due parti. E, ironia della sorte, da quando ho preso a occuparmi maggiormente di me stesso la gente mi dice di trovarsi meglio in mia compagnia. Io stesso sono più contento di me, e così pure gli altri."
L'uomo era scettico, "Mi pare tutto troppo semplice e bello per essere vero. Forse sto ancora dibattendomi in mezzo a problemi irrisolti, però mi sembra che la vita sia molto più complicata."
Lo 'zio' rispose: "Non ti biasimo per i tuoi dubbi, ma la verità è che questo segreto, è talmente semplice e banale e insieme così efficace che una volta messo in pratica tutti ne traggono beneficio!".
Come a voler chiarire ulteriormente il concetto, lo Zio scrisse con calma qualcosa su un foglio che poi passò al nipote. L'uomo vi lesse queste parole:
Era una situazione frustrante, perchè l'uomo aveva fatto del suo meglio per procurare la felicità sia a se stesso che agli altri, eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, non riusciva ad ottenere davvero quello che voleva.
L'uomo si era fatto scettico e si domandava se sarebbe mai riuscito a scoprire il segreto della felicità.
Tuttavia ne sapeva abbastanza in proposito per rendersi conto che, se mai l'avesse trovata, la felicità sarebbe stata comunque dentro di lui. Nel frattempo l'uomo cercava qualcuno che l'avesse già scoperta e lo potesse quindi far partecipe del proprio segreto. Dopo aver interpellato molte persone l'uomo comprese che gran parte di esse provavano i suoi stessi sentimenti.
"Forse", pensava, "è un segreto troppo intimo perchè possa essere diviso con un estraneo. Se soltanto conoscessi qualcuno... "
Poi di colpo gli venne in mente qualcuno che conosceva molto bene e che era felice e fortunato. Lo 'zio', come tutti in famiglia lo chiamavano, pareva possedere tutti i requisiti necessari, sembrava sempre contento e lo stesso accadeva a quanti gli stavano accanto. Lo 'zio' sembrava conoscere il modo di rendere felice se stesso e gli altri. Decise di andarlo a trovare.
Non appena ebbe messo piede in casa dello 'zio', l'uomo ne avvertì il sorriso su di sè. Non appena si fu messo a proprio agio gli domandò: "Zio, sei felice?"
Lo 'zio' disse: "Sono molto felice, però devo ammettere che è così solo da qualche anno a questa parte. Ricordo che vi fu un tempo in cui mi sentivo completamente fuori della realtà"
"Se non è una domanda troppo personale, Zio, posso chiederti in che modo sei diventato felice?"
"La verità nuda e cruda", disse lo 'zio' "è che mi sono sentito felice nel momento in cui ho iniziato a prendermi cura di me stesso e degli altri".
Questo l'uomo non se lo aspettava e domandò: "E che cosa ti ha reso più felice, prenderti cura di te stesso oppure degli altri?"
"Si tratta di due fattori così legati l'uno all'altro, che non si possono neppure separare", gli fece notare l'anziano signore. "Penso che il massimo della felicità io lo raggiunga quando riesco a bilanciare questi due elementi così importanti. Talvolta, infatti, è meglio prendersi cura innanzitutto degli altri, mentre invece in altri casi è più utile occuparsi per prima cosa di se stessi. Il bello è che la tecnica che adotto per prendermi cura di me stesso in genere è efficace anche con gli altri."
"In fondo, pensare al nostro prossimo è un modo di prendersi cura di noi stessi, ci dà forza e serenità".
"Le cose non andavano per il verso giusto perchè mi preoccupavo troppo di compiacere gli altri e mi dimenticavo di fare altrettanto con me stesso. Ora mi divido equamente tra le due parti. E, ironia della sorte, da quando ho preso a occuparmi maggiormente di me stesso la gente mi dice di trovarsi meglio in mia compagnia. Io stesso sono più contento di me, e così pure gli altri."
L'uomo era scettico, "Mi pare tutto troppo semplice e bello per essere vero. Forse sto ancora dibattendomi in mezzo a problemi irrisolti, però mi sembra che la vita sia molto più complicata."
Lo 'zio' rispose: "Non ti biasimo per i tuoi dubbi, ma la verità è che questo segreto, è talmente semplice e banale e insieme così efficace che una volta messo in pratica tutti ne traggono beneficio!".
Come a voler chiarire ulteriormente il concetto, lo Zio scrisse con calma qualcosa su un foglio che poi passò al nipote. L'uomo vi lesse queste parole:
"Prima ancora di occuparmi con successo di qualcosa o di qualcuno, devo soprattutto prendermi cura di me stesso."
...continua....
giovedì 25 febbraio 2010
Nessuno può far soffrire nessuno...
Questa affermazione può sembrare paradossale quanto non vera e sicuramente anche per me non è stato facile capirne il profondo significato quando mi è stata detta per la prima volta ma poi ho capito quanto invece sia profondamente vera...
Sto parlando ovviamente della sofferenza non fisica ma psicologica. La sofferenza psicologica è infatti il risultato della lettura personale che facciamo degli eventi e delle situazioni e non una conseguenza oggettiva degli stessi.
E' difficile accettarlo ma la prova di ciò è inconfutabile.
Infatti è facilmente riscontrabile che uno stesso evento o una stessa situazione viene vissuta da persone diverse in modo spesso completamente diverso: in alcune suscita sofferenza, in altre no; non solo, ma alla stessa persona capita di leggere una stessa situazione in modo diverso in momenti diversi della propria vita o da angolazioni diverse se riesce a cambiare il suo punto di vista rispetto ad essa.
E' importante consapevolizzare che, come dice Sartre "non è tanto importante ciò che ci hanno fatto, ma ciò che noi ne facciamo di ciò che ci hanno fatto"... il che equivale a dire che se noi soffriamo perchè qualcuno ci dice qualcosa o perchè fa qualcosa, la responsabilità della nostra sofferenza è in buona misura nostra poichè per qualche motivo o difficoltà non riusciamo a gestire ciò che quel qualcuno dice o fa.
Capire cosa esattamente ci fa male in una determinata situazione aiuta ad assumersi la responsabilità delle proprie emozioni, a contenerle e a far sì che determinate situazioni, ci facciano meno male.
Spesso dietro una sofferenza per qualcosa che ci capita si nascondono delle aspettative che sono state deluse. Aspettative di essere amati, di essere accolti, di essere apprezzati o semplicemente ascoltati e quando ciò non avviene proviamo sofferenza.
Un detto buddhista dice: "Il desiderio di ciò che non si ha (aspettative) ed il rifiuto di ciò che si ha (ciò che noi stessi rifiutiamo), sono le cause dirette della sofferenza".
E' però importante prendersi cura delle proprie aspettative poichè spesso corrispondono a bisogni da colmare e per riuscire a fare ciò è necessario prenderne coscienza, consapevolizzarli e accettarli nella loro legittimità, dargli il giusto spazio e riempimento.
Non sempre è facile contattare le proprie emozioni, specie le più dolorose ma possiamo sempre domandarci cosa possiamo farne per utilizzarle al meglio evitando che ci facciano male. Così come siamo noi a generare la nostra stessa sofferenza, parimenti siamo noi che abbiamo il potere di far in modo che non ci faccia male.
A volte ci serve un aiuto per riuscirci... ma "Yes, we can" !!!
Sto parlando ovviamente della sofferenza non fisica ma psicologica. La sofferenza psicologica è infatti il risultato della lettura personale che facciamo degli eventi e delle situazioni e non una conseguenza oggettiva degli stessi.
E' difficile accettarlo ma la prova di ciò è inconfutabile.
Infatti è facilmente riscontrabile che uno stesso evento o una stessa situazione viene vissuta da persone diverse in modo spesso completamente diverso: in alcune suscita sofferenza, in altre no; non solo, ma alla stessa persona capita di leggere una stessa situazione in modo diverso in momenti diversi della propria vita o da angolazioni diverse se riesce a cambiare il suo punto di vista rispetto ad essa.
E' importante consapevolizzare che, come dice Sartre "non è tanto importante ciò che ci hanno fatto, ma ciò che noi ne facciamo di ciò che ci hanno fatto"... il che equivale a dire che se noi soffriamo perchè qualcuno ci dice qualcosa o perchè fa qualcosa, la responsabilità della nostra sofferenza è in buona misura nostra poichè per qualche motivo o difficoltà non riusciamo a gestire ciò che quel qualcuno dice o fa.
Capire cosa esattamente ci fa male in una determinata situazione aiuta ad assumersi la responsabilità delle proprie emozioni, a contenerle e a far sì che determinate situazioni, ci facciano meno male.
Spesso dietro una sofferenza per qualcosa che ci capita si nascondono delle aspettative che sono state deluse. Aspettative di essere amati, di essere accolti, di essere apprezzati o semplicemente ascoltati e quando ciò non avviene proviamo sofferenza.
Un detto buddhista dice: "Il desiderio di ciò che non si ha (aspettative) ed il rifiuto di ciò che si ha (ciò che noi stessi rifiutiamo), sono le cause dirette della sofferenza".
E' però importante prendersi cura delle proprie aspettative poichè spesso corrispondono a bisogni da colmare e per riuscire a fare ciò è necessario prenderne coscienza, consapevolizzarli e accettarli nella loro legittimità, dargli il giusto spazio e riempimento.
Non sempre è facile contattare le proprie emozioni, specie le più dolorose ma possiamo sempre domandarci cosa possiamo farne per utilizzarle al meglio evitando che ci facciano male. Così come siamo noi a generare la nostra stessa sofferenza, parimenti siamo noi che abbiamo il potere di far in modo che non ci faccia male.
A volte ci serve un aiuto per riuscirci... ma "Yes, we can" !!!
martedì 23 febbraio 2010
I sei ciechi e l'elefante
"C'era una volta un villaggio i cui abitanti erano tutti ciechi. Un giorno, un principe straniero che attraversava il paese si fermò con la sua corte davanti alle mura di questo villaggio.
Subito tra gli abitanti si diffuse la voce che il principe montava unanimale straordinario. Si trattava di un elefante. In quel paese non esistevano elefanti, e la gente non aveva idea di come potessero essre fatti quegli animali.
I cittadini decisero di inviae sei persone a toccare l'animale, così poi avrebbero èotuto descrivere a tutti gli altri.
Al loro ritorno, i sei ciechi furono accolti dalla popolazione impaziente di saèere a cosa poteva assomigliare l'elefante.
- Bè, - disse il primo, - un elefante è come un enorme ventaglio rugoso. Gli aveva toccato le orecchie.
- Assolutamente no, - intervenne il secondo. - E' come un paio di lunghe ossa. Gli aveva toccato le zanne.
- Ma proprio per niente ! - esclamò il terzo. - Assomiglia ad una grossa corda - Gli aveva toccato la proboscite-
- Ma cosa state dicendo? Piuttosto è compatto come un tronco d'albero - disse il quarto che gli aveva toccato le zampe.
- Non capisco di cosa state parlando...- disse il quinto. - Un elefante assomiglia ad un muro che respira. Gli aveva toccato i fianchi.
- Non è vero, - gridò il sesto - Un elefante è come una lunga fune. - Gli aveva toccato la cosa.
I sei ciechi cominciarono a litigare, ciascuno rifiutando di ascoltare la descrizione degli altri cinque.
Attirato dalle loro urla, il principe venne a vedere che cosa stava accadendo.
- Sire, - disse un vecchio - abbiamo mandato sei uomini per capire com'è fatto il vostro elefante e ognuno dice una cosa diversa. Non sappiamo a chi credere.
Il principe ascoltò i sei ciechi che descrissero di nuovo l'elefante. Dopo un lungo silenzio, egli dichiarò:
- Tutti e sei dicono la verità, ma ognuno di essi ha toccato solo una parte dell'animale, e quindi conosce solo quella parte di verità. Finchè ognuno crede di essere il solo ad avere ragione, nessuno conoscerà la verità intera.
I diversi colori del caleidoscopio non si mescolano forse per formare un solo e splendido disegno?
Il principe descrisse allora l'elefante mettendo insieme le sei descrizioni e gli abitanti del villaggio seppero finalmente che aspetto aveva quello straordinario animale."
Tutti noi abbiamo la nostra personale visione del mondo ed essa è basata su ciò che attraverso i sensi percepiamo ed interiorizziamo e che costituisce la nostra esperienza diretta sulle cose. Ma proprio perchè personale e quindi filtrata dai nostri sensi, tale visione non è detto che sia corrispondente alla realtà in se stessa.
Accettare l'idea che i diversi punti i vista possono tutti essere validi e che il loro insieme fa la realtà della cose, ci aiuta ad essere più disponibili verso il punto di vista dell'altro e a rispettarlo tanto quanto vogliamo che sia rispettato il nostro.
Ascoltare significa anche porsi nella condizione di recepire ciò che ci viene detto come un possibile fertile spunto di riflessione, un punto di vista diverso che potremo scartare o accettare in funzione di ciò che riteniamo utile per noi ma che in linea di principio non è più sbagliato o più giusto del nostro, ma solo diverso...
lunedì 22 febbraio 2010
Parole ed emozioni
Quante volte ci troviamo a dire e pensare che non è possibile esprimere a parole ciò che proviamo... è necessario provarlo per poterlo comprendere...
Questo è profondamente vero dal momento che le parole sono solo strutture superficiali (concetti) con le quali tentiamo di rappresentare o esprimere strutture più profonde e più complesse (emozioni). Ciò nonostante, il linguaggio è uno degli strumenti chiave con cui costruiamo i nostri modelli mentali del mondo e può influenzare enormemente il nostro modo di percepire la realtà e di rispondere ad essa.
Lo stesso Freud considerava le parole lo strumento di base della consapevolezza umana ed, in quanto tali, riteneva avessero un 'potere speciale'. Affermò infatti che:
"In principio parole e magia erano una cosa sola, e perfino oggi le parole conservano molto del loro potere magico. Attraverso le parole ognuno di noi può dare a qualcun altro la massima felicità oppure portarlo alla totale disperazione...Le parole suscitano emozioni e sono il mezzo con cui generalmente influenziamo i nostri simili e noi stessi"
E' ciò che ci diciamo quando ci troviamo in una determinata situazione che provoca le nostre emozioni e guida le nostre azioni. Sono una delle valvole di scarico importanti poichè consentono di dare corpo e voce a ciò che si agita dentro di noi ma spesso non bastano... quando le emozioni sono troppo forti, le parole sembrano mancarci poichè le infinite sfumature di un'emozione non sono rappresentabili con un codice verbale di per sè limitato e che soprattutto viaggia ad una velocità diversa da ciò che proviamo... ci costringe a rallentare... a pensare a ciò che proviamo ma nello stesso tempo sono un valido aiuto per consapevolizzare ciò che proviamo...
Il linguaggio però è un codice di comunicazione limitato influenzato da numerosi filtri sia interni che esterni, sia nostri che di chi ci ascolta ed è per questo che è così importante porsi il problema di come comunichiamo anche con noi stessi.
L'arte ed il linguaggio non verbale hanno invece il potere di arrivare in profondità in modo più diretto. D'altra parte così come non esistono parole sufficienti per descrive un'emozione, altrettanto non esistono termini sufficienti per descrivere le infinite sfumature di un colore... ma un colore può essere rappresentato e tramite un colore possiamo esprimere meglio ciò che proviamo.
Se vi chiedessi, di colore è il mio umore oggi? magari lo sintetizzereste dichiarando un viola o un verde o un rosso, ma dentro di voi sapete esattamente quanto chiaro o quanto scuro, quanto ricco di una sua componente primaria o di un'altra... e se prendeste i colori primari, mischiandoli tra loro potreste sicuramente trovare la combinazione corretta che rappresenti in modo preciso il vostro umore-colore...
E' per questo che utilizzare l'arte per esprimere e dar voce alle nostre emozioni è il modo migliore per contattare ed esprimere ciò che è nel profondo di noi... Il problema è che nella maggior parte dei casi non siamo più abituati ad utilizzare il mezzo artistico per esprimerci, abbiamo disimparato ciò che da bambini ci riusciva tanto meglio attraverso i disegni o anche semplici scarabocchi o macchie di colore... ma possiamo reimparare...
Possiamo autorizzarci a far sì che le nostre emozioni guidino le nostre mani... convinti che 'non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace' o per meglio dire 'è bello ciò che per noi è bello' essendo corrispondente a ciò che sentiamo...
Questo è profondamente vero dal momento che le parole sono solo strutture superficiali (concetti) con le quali tentiamo di rappresentare o esprimere strutture più profonde e più complesse (emozioni). Ciò nonostante, il linguaggio è uno degli strumenti chiave con cui costruiamo i nostri modelli mentali del mondo e può influenzare enormemente il nostro modo di percepire la realtà e di rispondere ad essa.
Lo stesso Freud considerava le parole lo strumento di base della consapevolezza umana ed, in quanto tali, riteneva avessero un 'potere speciale'. Affermò infatti che:
"In principio parole e magia erano una cosa sola, e perfino oggi le parole conservano molto del loro potere magico. Attraverso le parole ognuno di noi può dare a qualcun altro la massima felicità oppure portarlo alla totale disperazione...Le parole suscitano emozioni e sono il mezzo con cui generalmente influenziamo i nostri simili e noi stessi"
E' ciò che ci diciamo quando ci troviamo in una determinata situazione che provoca le nostre emozioni e guida le nostre azioni. Sono una delle valvole di scarico importanti poichè consentono di dare corpo e voce a ciò che si agita dentro di noi ma spesso non bastano... quando le emozioni sono troppo forti, le parole sembrano mancarci poichè le infinite sfumature di un'emozione non sono rappresentabili con un codice verbale di per sè limitato e che soprattutto viaggia ad una velocità diversa da ciò che proviamo... ci costringe a rallentare... a pensare a ciò che proviamo ma nello stesso tempo sono un valido aiuto per consapevolizzare ciò che proviamo...
Il linguaggio però è un codice di comunicazione limitato influenzato da numerosi filtri sia interni che esterni, sia nostri che di chi ci ascolta ed è per questo che è così importante porsi il problema di come comunichiamo anche con noi stessi.
L'arte ed il linguaggio non verbale hanno invece il potere di arrivare in profondità in modo più diretto. D'altra parte così come non esistono parole sufficienti per descrive un'emozione, altrettanto non esistono termini sufficienti per descrivere le infinite sfumature di un colore... ma un colore può essere rappresentato e tramite un colore possiamo esprimere meglio ciò che proviamo.
Se vi chiedessi, di colore è il mio umore oggi? magari lo sintetizzereste dichiarando un viola o un verde o un rosso, ma dentro di voi sapete esattamente quanto chiaro o quanto scuro, quanto ricco di una sua componente primaria o di un'altra... e se prendeste i colori primari, mischiandoli tra loro potreste sicuramente trovare la combinazione corretta che rappresenti in modo preciso il vostro umore-colore...
E' per questo che utilizzare l'arte per esprimere e dar voce alle nostre emozioni è il modo migliore per contattare ed esprimere ciò che è nel profondo di noi... Il problema è che nella maggior parte dei casi non siamo più abituati ad utilizzare il mezzo artistico per esprimerci, abbiamo disimparato ciò che da bambini ci riusciva tanto meglio attraverso i disegni o anche semplici scarabocchi o macchie di colore... ma possiamo reimparare...
Possiamo autorizzarci a far sì che le nostre emozioni guidino le nostre mani... convinti che 'non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace' o per meglio dire 'è bello ciò che per noi è bello' essendo corrispondente a ciò che sentiamo...
Buona giornata colorata a tutti...
sabato 20 febbraio 2010
La ricerca sul Sè tra Oriente e Occidente
Oriente e occidente non rappresentano solo due luoghi geografici del mondo ma tutto un insieme ricchissimo di differenze culturali, religiose, sociologiche, filosofiche che mi hanno sempre affascinato.
Benchè io sia nata e cresciuta in occidente e abbia quindi assorbito e vissuto tutto ciò che è legato a tale cultura, non posso negare che ci sono molti aspetti delle filosofie e culture orientali che mi hanno sempre molto coinvolto... è un qualcosa che mi risuona dentro e mi fa percepire in assonanza.
L'India con tutte le sue contraddizioni, è un paese che ha vibrazioni diverse rispetto a qualsiasi altra terra e tali vibrazioni sono frutto di migliaia di anni di costante ricerca sul Sè. La sua gente ha sofferto schiavitù, povertà, malattie, morti ma non ha mai cessato di perseguire il raggiungimento di una consapevolezza di Sè che ha sempre rappresentato un progetto di vita speciale ed unico.
L'Occidente ha sviluppato una tradizione del tutto diversa più legata agli 'oggetti', alle cose da possedere, da accumulare. Ha spostato il proprio interesse primario dal proprio Sè alle cose materiali e ha teso a distanziarsi dal proprio centro. Si potrebbe dire che la mente occidentale vive alla periferia del proprio Sè ed in qualche misura ciò ha generato un approccio particolare tra gli esseri umani: ha dato vita alla psicologia dell'Io.
Da Aristotele in poi, l'enfasi dell'intera educazione occidentale è stata posta sul rafforzamento dell'Io. E' una conclusione che potremmo definire ovvia dal momento che in un contesto in cui l'attenzione è sugli oggetti, devi competere con centinaia di migliaia di altre persone, tutte in lotta per gli stessi oggetti, per conquistare gli stessi obiettivi. In un simile ambiente non ti puoi troppo preoccupare dei mezzi che usi per raggiungere i tuoi obiettivi, non riesci a comprendere che se i mezzi non sono buoni, il fine non potrà mai essere buono.
Quando il gioco si fonda sulla competizione, devi sviluppare astuzia, furbizia, spesso anche intrigo poichè gli altri fanno lo stesso e per non essere sconfitto devi esserlo più di loro. Se vuoi diventare più ricco, dovrai lottare con le unghie e con i denti, devi tenere gli occhi fissi sulla meta, sul tuo voler diventare più potente, più ricco, più rispettato.
Realizzare tutto ciò non è altro che consolidare il proprio Ego.
In un'atmosfera simile, inchinarsi ai piedi di un Maestro è del tutto impossibile, contrasta con l'essenza stessa del tuo Io. Lo si può vedere in piccolissime cose, poichè tante sono le evidenze di come l'Oriente e l'Occidente si sono evoluti in maniere diverse pur partendo dallo stesso materiale umano.
In Oriente ci si saluta congiungendo le mani all'altezza del cuore, in Occidente ci si stringe la mano con enfasi...
In Oriente con tale saluto è come dire: "Mi inchino alla divinità che è in te"
In Occidente stringi la mano per significare: "Non sono tuo nemico".
Infatti, in passato, la mano destra poteva stringere un'arma, offrirla all'altro serviva ad eliminare ogni sospetto: è questa l'origine della stretta di mano.
Allo stesso modo, in Oriente, si è sviluppata la tradizione dell'inchinarsi e toccare i piedi di un Maestro. E' un gesto di beatitudine , durante il quale metti completamente in disparte il tuo ego.
Per noi Occidentali è difficile comprendere queste tradizioni. Ci viene insegnato a non arrenderci mai, a sviluppare il nostro Ego in nome dell'individualità, anche se essa è qualcosa di totalmente diverso. Paradossalmente, più si è egocentrici e minore sarà la nostra individualità.
L'ego ha paura di piegarsi, l'individualità del proprio Sè non ha tale paura poichè in ogni occasione si sente arricchita, non perde mai nulla e acquisisce sempre qualcosa.
E' per questo che centrarsi sul proprio Sè ci fa percepire di aver ritrovato la nostra dimensione umana, ci appaga e ci fa sentire in pace con noi stessi.
La meta quindi non è conquistare gli altri e le cose, bensì se stessi ed il proprio essere unici ed irripetibili.
Benchè io sia nata e cresciuta in occidente e abbia quindi assorbito e vissuto tutto ciò che è legato a tale cultura, non posso negare che ci sono molti aspetti delle filosofie e culture orientali che mi hanno sempre molto coinvolto... è un qualcosa che mi risuona dentro e mi fa percepire in assonanza.
L'India con tutte le sue contraddizioni, è un paese che ha vibrazioni diverse rispetto a qualsiasi altra terra e tali vibrazioni sono frutto di migliaia di anni di costante ricerca sul Sè. La sua gente ha sofferto schiavitù, povertà, malattie, morti ma non ha mai cessato di perseguire il raggiungimento di una consapevolezza di Sè che ha sempre rappresentato un progetto di vita speciale ed unico.
L'Occidente ha sviluppato una tradizione del tutto diversa più legata agli 'oggetti', alle cose da possedere, da accumulare. Ha spostato il proprio interesse primario dal proprio Sè alle cose materiali e ha teso a distanziarsi dal proprio centro. Si potrebbe dire che la mente occidentale vive alla periferia del proprio Sè ed in qualche misura ciò ha generato un approccio particolare tra gli esseri umani: ha dato vita alla psicologia dell'Io.
Da Aristotele in poi, l'enfasi dell'intera educazione occidentale è stata posta sul rafforzamento dell'Io. E' una conclusione che potremmo definire ovvia dal momento che in un contesto in cui l'attenzione è sugli oggetti, devi competere con centinaia di migliaia di altre persone, tutte in lotta per gli stessi oggetti, per conquistare gli stessi obiettivi. In un simile ambiente non ti puoi troppo preoccupare dei mezzi che usi per raggiungere i tuoi obiettivi, non riesci a comprendere che se i mezzi non sono buoni, il fine non potrà mai essere buono.
Quando il gioco si fonda sulla competizione, devi sviluppare astuzia, furbizia, spesso anche intrigo poichè gli altri fanno lo stesso e per non essere sconfitto devi esserlo più di loro. Se vuoi diventare più ricco, dovrai lottare con le unghie e con i denti, devi tenere gli occhi fissi sulla meta, sul tuo voler diventare più potente, più ricco, più rispettato.
Realizzare tutto ciò non è altro che consolidare il proprio Ego.
In un'atmosfera simile, inchinarsi ai piedi di un Maestro è del tutto impossibile, contrasta con l'essenza stessa del tuo Io. Lo si può vedere in piccolissime cose, poichè tante sono le evidenze di come l'Oriente e l'Occidente si sono evoluti in maniere diverse pur partendo dallo stesso materiale umano.
In Oriente ci si saluta congiungendo le mani all'altezza del cuore, in Occidente ci si stringe la mano con enfasi...
In Oriente con tale saluto è come dire: "Mi inchino alla divinità che è in te"
In Occidente stringi la mano per significare: "Non sono tuo nemico".
Infatti, in passato, la mano destra poteva stringere un'arma, offrirla all'altro serviva ad eliminare ogni sospetto: è questa l'origine della stretta di mano.
Allo stesso modo, in Oriente, si è sviluppata la tradizione dell'inchinarsi e toccare i piedi di un Maestro. E' un gesto di beatitudine , durante il quale metti completamente in disparte il tuo ego.
Per noi Occidentali è difficile comprendere queste tradizioni. Ci viene insegnato a non arrenderci mai, a sviluppare il nostro Ego in nome dell'individualità, anche se essa è qualcosa di totalmente diverso. Paradossalmente, più si è egocentrici e minore sarà la nostra individualità.
L'ego ha paura di piegarsi, l'individualità del proprio Sè non ha tale paura poichè in ogni occasione si sente arricchita, non perde mai nulla e acquisisce sempre qualcosa.
E' per questo che centrarsi sul proprio Sè ci fa percepire di aver ritrovato la nostra dimensione umana, ci appaga e ci fa sentire in pace con noi stessi.
La meta quindi non è conquistare gli altri e le cose, bensì se stessi ed il proprio essere unici ed irripetibili.
venerdì 19 febbraio 2010
Un primo passo... esprimere se stessi...
Uno degli obiettivi più importanti che ognuno di noi persegue nella vita è quello di realizzare il sogno di riuscire ad esprimere liberamente il proprio personale modo di essere se stessi.
Spesso ci sentiamo dire: "Devi volerti bene... devi accettarti per come sei..."
ma da dove si comincia? cosa significa volersi bene? cosa significa accettarsi? se mi trovo chiusa in uno schema di rifiuto di me stessa, la mia crescita personale è bloccata e questo certo non mi aiuterà a volermi bene e ad accettarmi...
Ma accettarsi significa sperimentare la realtà di ciò che siamo pienamente, senza negarla nè evitarla. E' diverso dal limitarsi a "riconoscerla" o ad "ammetterla" in astratto. Significa autorizzarsi ad esprimere ciò che sentiamo di bene e di male, significa avere la percezione del proprio valore anche quando si provano sensazioni criticabili, vuol dire consentire a se stessi di sperimentare i nostri stati d'animo, di esaminarli, di prendere contatto con essi senza giudicarli ma essendone consapevoli.
Tutte le emozioni hanno una loro dignità anche quelle che ci sembrano negative poichè ognuna cerca di dirci qualcosa che vale sicuramente la pena di ascoltare. Non possiamo prendere distanza dalle nostre sensazioni indesiderabili se non siamo in grado di accettare il fatto che le proviamo...
Ciò equivale a dire che...
Non possiamo andarcene da un luogo se non vi siamo mai entrati...
Il cammino che porta ad esprimere se stessi in modo autentico e consapevole è un processo di crescita personale che dura un'intera vita, non è la ricerca di un punto di arrivo ma l'apprezzamento del percorso da fare per arrivarci poichè nel raggiungere una meta la maggiore soddisfazione la si vive durante il viaggio e non all'arrivo...
Durante il viaggio il dialogo con se stessi, l'ascolto di ciò che dentro di noi cerca di esprimersi, il dargli voce senza giudicare ciò che il nostro Sè ha da dire, è sicuramente la strada da percorrere e costruire giorno dopo giorno, nella convinzione profonda che se abbiamo un problema sicuramente ne possediamo anche la soluzione... sappiamo cosa fare, dove andare, cosa cercare... si tratta di trovare dentro di noi le risposte facendo leva sulle risorse che sicuramente possediamo anche se a volte ci sembrano venir meno...
Spesso ci sentiamo dire: "Devi volerti bene... devi accettarti per come sei..."
ma da dove si comincia? cosa significa volersi bene? cosa significa accettarsi? se mi trovo chiusa in uno schema di rifiuto di me stessa, la mia crescita personale è bloccata e questo certo non mi aiuterà a volermi bene e ad accettarmi...
Ma accettarsi significa sperimentare la realtà di ciò che siamo pienamente, senza negarla nè evitarla. E' diverso dal limitarsi a "riconoscerla" o ad "ammetterla" in astratto. Significa autorizzarsi ad esprimere ciò che sentiamo di bene e di male, significa avere la percezione del proprio valore anche quando si provano sensazioni criticabili, vuol dire consentire a se stessi di sperimentare i nostri stati d'animo, di esaminarli, di prendere contatto con essi senza giudicarli ma essendone consapevoli.
Tutte le emozioni hanno una loro dignità anche quelle che ci sembrano negative poichè ognuna cerca di dirci qualcosa che vale sicuramente la pena di ascoltare. Non possiamo prendere distanza dalle nostre sensazioni indesiderabili se non siamo in grado di accettare il fatto che le proviamo...
Ciò equivale a dire che...
Non possiamo andarcene da un luogo se non vi siamo mai entrati...
giovedì 18 febbraio 2010
La Partenza...
Ogni viaggio inizia dal primo passo...

Van Gogh, Primi Passi (1890)
...e questo mio primo post rappresenta sicuramente il mio primo passo di un viaggio che spero mi porterà ad approdare a tanti lidi vicini e lontani, esterni ed interni e ad incontrare tanti altri diversi da me con i quali scambiare e condividere non solo pensieri e parole ma anche immagini, suoni, colori, movimenti dell'anima e del cuore...
Dialoghi con chi ?... con chi vorrà leggermi... ma anche con me stessa... attraverso segni e disegni, scritti e descritti...
Viaggio attraverso quali luoghi ? tutti quelli che sarà bello esplorare insieme... i luoghi delle emozioni, dei sogni, dei ricordi, dei valori...
Per andare dove ? al centro di noi stessi, dove più ci sentiamo a casa, dove si odono gli echi di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere e di ciò che possiamo essere...
Un modo per conoscerci, per ascoltarci, per emozionarci... per prenderci per mano e lasciare che le nostre emozioni parlino per noi...

Van Gogh, Primi Passi (1890)
...e questo mio primo post rappresenta sicuramente il mio primo passo di un viaggio che spero mi porterà ad approdare a tanti lidi vicini e lontani, esterni ed interni e ad incontrare tanti altri diversi da me con i quali scambiare e condividere non solo pensieri e parole ma anche immagini, suoni, colori, movimenti dell'anima e del cuore...
Dialoghi con chi ?... con chi vorrà leggermi... ma anche con me stessa... attraverso segni e disegni, scritti e descritti...
Viaggio attraverso quali luoghi ? tutti quelli che sarà bello esplorare insieme... i luoghi delle emozioni, dei sogni, dei ricordi, dei valori...
Per andare dove ? al centro di noi stessi, dove più ci sentiamo a casa, dove si odono gli echi di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere e di ciò che possiamo essere...
Un modo per conoscerci, per ascoltarci, per emozionarci... per prenderci per mano e lasciare che le nostre emozioni parlino per noi...
A tutti i viaggiatori, me compresa.... BUON VIAGGIO...
Iscriviti a:
Post (Atom)


.jpg)





